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Bolla AI? Nvidia, Anthropic, Dalio, Saylor: uniamo i puntini

· Nicola Giunchi
Illustrazione concettuale: un anello low-poly che si richiude su se stesso, il circuito che si autoalimenta, con un tratto che si sgretola in schegge — la parte di rischio che nessuno ha misurato.

Quando un fornitore mette il proprio bilancio dietro l’immobile in cui abita il cliente, e poi gli vende dentro quell’immobile la merce, non stiamo più guardando un ciclo di investimento normale.


Parliamoci chiaro: quando un fornitore mette il proprio bilancio dietro l’immobile in cui abita il cliente a cui vende, e poi gli vende dentro quell’immobile la merce, non stiamo più guardando un ciclo di investimento normale. Stiamo guardando un circuito che si autoalimenta.

Lunedì OpenAI, SB Energy e Nvidia hanno chiuso l’accordo sul campus PORTS-Pike in Ohio: circa otto gigawatt-IT su vent’anni di leasing, nove edifici, primi 800 megawatt nel 2028, costruiti sul sito di un vecchio impianto di arricchimento dell’uranio dismesso. Nvidia mette un miliardo e mezzo di equity in SB Energy, garantisce un valore minimo di 105 miliardi di dollari sul campus, e venderà GPU e sistemi a OpenAI al completamento di ogni fase.

Ho passato vent’anni a leggere bilanci di aziende molto più piccole di queste, e la regola che ho imparato pagandola è sempre la stessa: quando il rischio esce dal bilancio, non sparisce, cambia solo indirizzo.

Questa regola l’ho imparata su scala mille volte più piccola, guardando un fornitore dilazionarmi i pagamenti con una generosità che sul momento mi era sembrata simpatia e che era invece il suo modo di tenermi agganciato. Ci ho messo due anni a capirlo, e nel frattempo l’avevo pure raccontato in giro come una vittoria negoziale.

Solo che stavolta, e questo è il punto da cui parte tutto il ragionamento, l’indirizzo lo sappiamo.

Il numero che ci hanno raccontato male

Quasi tutti hanno scritto che Nvidia garantisce 105 miliardi di rate d’affitto per conto di OpenAI. Non è così, e la differenza conta.

Lo so perché l’articolo che stai leggendo, nella prima stesura, si apriva esattamente con quella frase sbagliata. Ero soddisfattissimo. Poi ho aperto la nota di rating e ho scoperto di aver costruito tre paragrafi su un numero che non voleva dire quello che pensavo, il che è un modo elegante per dire che stavo per pubblicare una cosa imprecisa con grande sicurezza.

È una residual value guarantee: Nvidia garantisce al proprietario che l’immobile varrà almeno una certa cifra, non che pagherà l’affitto al posto dell’inquilino. Diventa efficace edificio per edificio, man mano che ciascuno dei nove fabbricati raggiunge le condizioni di operatività, tra il 2028 e il 2030.

E S&P, che il 18 agosto ha confermato il rating AA di Nvidia proprio in relazione a questa operazione, quel rischio l’ha già misurato: aggiustamento del debito di 4,2 miliardi nel 2028, in crescita fino a circa 37,7 miliardi nel 2031, poi in discesa secondo uno schema predeterminato. Il metodo è dichiarato: differenza tra valore minimo garantito e valore di recupero dell’immobile stimato con metodologia da real estate commerciale, tassata al 21%.

Trentasette miliardi al picco, contro un EBITDA che secondo le stime della stessa agenzia in quegli anni viaggia tra i 271 e i 491 miliardi, e contro 106 miliardi di cassa e titoli negoziabili a fronte di 33,5 miliardi di debito finanziato. Outlook stabile.

C’è di più. A fine luglio la garanzia in discussione era intorno ai 250 miliardi. Il 14 agosto era già scesa sotto i 120, dopo che gli investitori avevano sollevato dubbi sull’esposizione. Alla firma il numero era 105. Centoquarantacinque miliardi evaporati in tre settimane.

Quindi la prima conclusione, quella scomoda per chi ama la storia della bolla: qui il mercato ha frenato, un’agenzia indipendente ha misurato, e il numero risultante è gestibile.

Tenete a mente questa frase, perché è la chiave di tutto il resto: il rischio pericoloso non è quello misurato.

Dove non ha guardato nessuno

Nove grandi aziende tech portano fuori bilancio circa 3.000 miliardi di dollari. Sono 1.900 miliardi di impegni d’acquisto più 1.200 miliardi di leasing non ancora iniziati: tecnicamente non è debito, perché la fornitura non è partita. La sola Alphabet ne dichiarava 811 miliardi al 30 giugno, in crescita del 152% in un solo trimestre.

Su questa montagna nessuna agenzia ha fatto il lavoro che S&P ha fatto sui 105 miliardi di Nvidia. Nessuno ha detto: ecco la differenza tra il nominale e la perdita attesa, ecco il calendario, ecco l’asset sottostante e quanto vale se lo devi rivendere.

E il numero che mi preoccupa non è la cifra assoluta, è la sua derivata: un mese prima la stima era circa la metà, su cinque aziende invece di nove. Quando la misura di un rischio raddoppia in trenta giorni, il problema non è il rischio in sé. È che nessuno sa ancora quanto sia grande.

Ray Dalio ha spiegato il meccanismo con una semplicità che disarma. Compri un’azione a cento, ci prendi un prestito sopra, e finché il prezzo sale sembra tutto geniale. Poi il mercato si gira, tutti hanno bisogno di cassa nello stesso momento, il prezzo va a venticinque e il debito resta lì, intatto, da rimborsare. Lui questa dinamica la paragona, come meccanica e non come profezia, a quelle del 1929 e del 2000, e la sintetizza in una frase che mi è rimasta addosso: la ricchezza non è la stessa cosa del denaro.

Il punto della bolla, quindi, non è mai stato l’operazione più visibile. Sono le migliaia di miliardi che nessuno ha ancora tradotto in perdita attesa, e che stanno in piedi solo finché la narrativa esponenziale regge.

Ma OpenAI non doveva quotarsi prima di Anthropic?

A giugno OpenAI ha lasciato intendere di rimandare la quotazione al 2027. Il motivo non è filosofico: SpaceX si era quotata poche settimane prima con il debutto più grande della storia, e il titolo era passato da oltre 225 dollari a 103 in una manciata di giorni. Gli advisor hanno messo Altman davanti al bivio, e lui ha definito qualsiasi taglio ai mille miliardi un “nonstarter”.

Anthropic corre nella direzione opposta: run rate annualizzato a 65 miliardi a fine luglio, da 47 a maggio e da 9 a fine 2025, con investitori che secondo il Financial Times si aspettano una quotazione a ottobre attorno ai 2.000 miliardi. La stessa azienda valeva 183 miliardi undici mesi fa.

Quando l’attore centrale di un settore preferisce restare privato piuttosto che farsi mettere un prezzo, quel silenzio vale più di dieci rapporti ottimistici. E quando un altro corre a quotarsi con una valutazione decuplicata in un anno, la domanda giusta non è chi dei due ha ragione, ma cosa succede al castello se il primo giudizio pubblico serio va storto.

Anthropic, il freno che nessuno può permettersi

Qui arriva il puntino che quasi nessuno collega agli altri, ed è quello che tiene insieme il quadro.

Il 14 agosto Anthropic ha pubblicato il suo secondo Risk Report aziendale, 186 pagine. Dentro c’è la rivelazione di un modello interno, chiamato Model 2, che l’azienda descrive come più capace del proprio modello di punta pubblico e che dichiara di non avere piani per rilasciare. C’è anche un dettaglio tecnico passato quasi inosservato: il benchmark costruito internamente per accorgersi del superamento della soglia di capacità più pericolosa si è saturato, cioè non registra più i miglioramenti incrementali, proprio mentre l’azienda dice di vedere i primi segnali dell’accelerazione che quello strumento doveva intercettare. Nello stesso documento il rating del rischio di disallineamento catastrofico sale da “molto basso” a “basso”.

Prendiamolo per quello che è, senza gonfiarlo: un’azienda che tiene in cassaforte una capacità che potrebbe vendere è l’esatto opposto della corsa cieca. È un freno vero, premuto volontariamente. E non è isolato: a metà agosto un laboratorio cinese ha rilasciato un modello trattenendo i pesi aperti due settimane, in attesa di una revisione di sicurezza legata alla capacità di scoperta di vulnerabilità. Prima volta da quelle parti.

Ma ecco il paradosso, ed è lo stesso identico paradosso dei 105 miliardi. Anthropic frena mentre si prepara a quotarsi a 2.000 miliardi su una narrativa di crescita da sette volte in sette mesi. Quanto a lungo un’azienda quotata può permettersi di lasciare sul tavolo capacità monetizzabile, con azionisti pubblici che ogni trimestre chiedono perché il concorrente cresce di più?

Daniel Kokotajlo, l’ex ricercatore che nel 2024 ha lasciato OpenAI rinunciando a circa due milioni di dollari di equity pur di non firmare un accordo di non divulgazione, nel suo scenario “AI 2027” chiama Piano D il percorso peggiore: nessuna regolamentazione seria, massima velocità. La sua stima pubblica dà circa il 70% di probabilità a un esito catastrofico su quella traiettoria. È una probabilità soggettiva, non una misura, e va trattata come un argomento e non come un numero. Ma l’argomento regge: rallentare per fare sicurezza significa rallentare la crescita, e rallentare la crescita significa mettere a rischio migliaia di miliardi di impegni che stanno in piedi solo finché la narrativa non si incrina.

Il freno tecnologico e quello finanziario sono lo stesso pedale.

I puntini uniti

Ecco cosa emerge mettendo insieme i pezzi, e non è la storia che avevo in testa quando ho iniziato a scrivere.

Dove il rischio è visibile, il sistema funziona: gli investitori hanno tagliato una garanzia da 250 a 105 miliardi in tre settimane, S&P l’ha misurata a 37,7 al picco e ha confermato il rating, Anthropic ha tenuto in casa un modello e l’ha scritto in un documento pubblico. Sono tutti freni reali.

Il problema è che questi freni funzionano uno alla volta, su cose che qualcuno ha guardato. Non esistono su 3.000 miliardi di impegni che nessuno ha ancora tradotto in numeri, e non esistono sull’incentivo strutturale che dice a ogni attore di correre più forte del vicino.

Mi sembra una macchina che accelera facendo zig zag tra ostacoli sempre più vicini, con i freni che funzionano benissimo su ogni singola curva che il pilota vede arrivare. I muri che non vede sono tre: i modelli cinesi open-weight a una frazione del costo, che se dimostrano che non servono trilioni di capex fanno saltare la premessa in un pomeriggio; un intervento regolatorio brusco, e quest’estate un controllo temporaneo all’export su Anthropic è bastato a rallentarne i ricavi per un mese; il momento in cui qualcuno dovrà mostrare margini veri su ricavi veri, giudizio che arriva tutto in un giorno solo.

E il rischio, a questo punto, non è capire quale ostacolo arriverà per primo. È che quando arriverà, la velocità sarà tale da colpirli quasi tutti insieme.

E allora cosa ce ne facciamo

Non ho una risposta da guru, e chi ce l’ha probabilmente non ha capito la domanda.

Ma una lezione operativa da questa storia l’ho presa, ed è più utile di qualsiasi previsione: prima di spaventarti per un numero grande, chiediti se qualcuno con la pelle in gioco l’ha già prezzato. Su Nvidia la risposta era sì, e il rischio vero era un terzo del titolo. Sui 3.000 miliardi la risposta è no, ed è lì che dovresti guardare. Il nominale non è mai la perdita, e la differenza tra i due è dove si vince o si perde.

Il bello è che questa lezione la insegno agli altri da anni nelle due diligence, e me la sono persa io per primo su un titolo di giornale.

Michael Saylor, nell’intervista del 6 agosto, ha raccontato di aver progettato con ChatGPT uno strumento finanziario inedito con cui ha raccolto circa 15 miliardi quando le vie tradizionali erano esaurite, e la sua sintesi è “non provare a lavorare più duro dei robot”: chiedi all’AI di fare qualcosa che non è mai stato fatto, invece di competere sui compiti ripetitivi. Detto da uno che nello stesso periodo siede su una posizione in Bitcoin con perdite non realizzate miliardarie, va preso per quello che è: un metodo, non un vangelo.

Seth Godin dice invece che l’AI premierà le persone più umane. Non le più veloci, non le più produttive. Le più umane. Mentre la macchina finanziaria accelera, l’unica cosa che non si può prendere a leva è il giudizio, la relazione, il gusto di scegliere bene. E la voglia di aprire il documento originale prima di farsi un’opinione, aggiungo io, che non è una competenza tecnica ma una forma di rispetto per chi ti legge.

Io ho passato più tempo di quanto vorrei ammettere a inseguire la velocità, convinto che fosse la variabile decisiva. Le poche volte in cui ho fatto davvero la differenza è stato quando ho rallentato abbastanza da capire dove stavo andando.

Non credo che il finale di questa storia sia scritto, e non credo neanche che sia necessariamente brutto: le bolle bruciano capitale ma lasciano in piedi le infrastrutture. La ferrovia inglese dell’Ottocento rovinò migliaia di investitori e diede all’Inghilterra i binari su cui ha corso per un secolo.

Nel frattempo, l’unica velocità su cui hai davvero il controllo è la tua. Usala bene.

Nicola Giunchi

Nicola Giunchi

Imprenditore seriale, investitore, scrittore. Ha fondato 8+ aziende in 20 anni.

Domande frequenti

Nvidia garantisce 105 miliardi di affitti per conto di OpenAI?

No, ed è l'errore che ha fatto quasi tutta la stampa. Non è una garanzia sulle rate d'affitto, è una residual value guarantee: Nvidia garantisce al proprietario che l'immobile varrà almeno una certa cifra, non che pagherà il canone al posto dell'inquilino. Diventa efficace edificio per edificio, man mano che ciascuno dei nove fabbricati raggiunge le condizioni di operatività, tra il 2028 e il 2030. La differenza è enorme: il nominale non è mai la perdita attesa.

Quanto vale davvero il rischio della garanzia Nvidia secondo S&P?

S&P il 18 agosto ha confermato il rating AA di Nvidia proprio in relazione a questa operazione, e ha misurato il rischio con metodo dichiarato: aggiustamento del debito di 4,2 miliardi nel 2028, in crescita fino a circa 37,7 miliardi nel 2031, poi in discesa secondo uno schema predeterminato. Il calcolo è la differenza tra valore minimo garantito e valore di recupero dell'immobile stimato con metodologia da real estate commerciale, tassata al 21%. Trentasette miliardi al picco contro un EBITDA stimato tra i 271 e i 491 miliardi in quegli anni, e contro 106 miliardi di cassa e titoli negoziabili a fronte di 33,5 miliardi di debito finanziato. Outlook stabile.

Siamo in una bolla AI?

Il punto della bolla non è mai stato l'operazione più visibile. Dove il rischio è visibile il sistema funziona: gli investitori hanno tagliato la garanzia da circa 250 a 105 miliardi in tre settimane, un'agenzia indipendente l'ha misurata, Anthropic ha tenuto in casa un modello e l'ha scritto in un documento pubblico. Sono freni reali. Il problema è che funzionano uno alla volta, solo su cose che qualcuno ha guardato, e non esistono sulle migliaia di miliardi che nessuno ha ancora tradotto in perdita attesa.

Cosa sono i 3.000 miliardi fuori bilancio delle big tech?

Nove grandi aziende tech portano fuori bilancio circa 3.000 miliardi di dollari: 1.900 miliardi di impegni d'acquisto più 1.200 miliardi di leasing non ancora iniziati. Tecnicamente non è debito, perché la fornitura non è partita. La sola Alphabet ne dichiarava 811 miliardi al 30 giugno, in crescita del 152% in un solo trimestre. Su questa montagna nessuna agenzia ha fatto il lavoro che S&P ha fatto sui 105 miliardi di Nvidia. E il dato che preoccupa non è la cifra assoluta, è la sua derivata: un mese prima la stima era circa la metà, su cinque aziende invece di nove.

Perché OpenAI ha rimandato la quotazione al 2027?

Il motivo non è filosofico. SpaceX si era quotata poche settimane prima con il debutto più grande della storia, e il titolo era passato da oltre 225 dollari a 103 in una manciata di giorni. Gli advisor hanno messo Altman davanti al bivio, e lui ha definito qualsiasi taglio ai mille miliardi un "nonstarter". Quando l'attore centrale di un settore preferisce restare privato piuttosto che farsi mettere un prezzo, quel silenzio vale più di dieci rapporti ottimistici.

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