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L'AI non ucciderà i junior. Ucciderà chi campa di rendita.

· Nicola Giunchi
Illustrazione concettuale: una poltrona direzionale stilizzata che si sgretola in schegge geometriche, metafora della rendita di posizione erosa dall'AI.

Tutti raccontano che l’AI cancellerà i giovani dalle aziende. Io penso l’esatto contrario: a tremare non è chi deve entrare, è chi è già dentro.


C’è uno storytelling che ormai si ripete ovunque, nei convegni, sui giornali, nei post di LinkedIn: l’AI ucciderà i junior. Le aziende non avranno più bisogno di assumere giovani, perché il lavoro che facevano loro adesso lo fa una macchina, e quindi la porta d’ingresso al mondo del lavoro si chiude.

Io questa tesi la sto confutando, perché penso esattamente il contrario.

L’AI non ucciderà i junior. Ucciderà chi non se lo merita. Ucciderà chi, dentro un’azienda, in questo momento non produce valore e campa di rendita. È una cosa diversa, ed è una distinzione che cambia completamente chi dovrebbe avere paura.

Chi ucciderà davvero l’AI

Facciamo l’elenco onesto. Fino a oggi, dentro le aziende, è sopravvissuta benissimo una categoria di persone che con il merito ha poco a che fare. Persone che non avevano voglia, capacità o volontà di migliorarsi, ma che si sono ritagliate posti anche di rilievo per altre ragioni: conoscenze, reti, un network costruito negli anni, un’ottima abilità comunicativa, una padronanza del linguaggio superiore alla media, e soprattutto una lunga, paziente, efficacissima politica interna.

Tutte caratteristiche reali, intendiamoci. Ma nessuna di queste è merito. Nessuna di queste è valore prodotto.

L’AI non perdona. Rende l’output visibile e confrontabile, e mette in fila chi produce valore e chi no davanti a tutti. Chi produce, con l’AI produce di più e lo dimostra. Chi finora ha vissuto di rendita di posizione resta improvvisamente nudo: non ha più il lavoro ripetitivo dietro cui nascondersi, e non ha lo strumento per moltiplicarsi. Quello è il profilo che verrà spazzato via. Non il ventiquattrenne affamato: il quarantacinquenne che ha smesso di imparare nel 2015 e da allora gestisce solo la sua sopravvivenza interna.

Perché allora tutti puntano il dito sui junior?

Perché c’è un dato, ed è vero, e me lo tirerebbero subito contro. Nel 2024 e 2025 le assunzioni entry-level nei settori più esposti all’AI (software, consulenza, ricerca di base) si sono ridotte parecchio: a seconda di come misuri, tra il 25 e il 35 per cento, con punte molto più alte nel solo tech. Sono onesto fino in fondo: non è colpa solo dell’AI, pesano anche la cautela economica e una stretta sulle assunzioni junior che viene da prima di ChatGPT. Ma la direzione è quella, e non la nego.

E c’è di peggio, per la mia tesi. Lo studio più citato del momento (quello del Digital Economy Lab di Stanford, “Canaries in the Coal Mine”, novembre 2025, costruito sui dati di payroll di ADP) mette il dito proprio nella piaga. Nei mestieri più esposti all’AI i giovani tra i 22 e i 25 anni hanno perso tra il 13 e il 16 per cento di occupazione. I lavoratori esperti, negli stessi identici mestieri, sono invece cresciuti: i developer giovani giù del 20 per cento e gli esperti su del 6, e lo stesso schema (con numeri diversi) nel customer service e nella contabilità.

Tradotto brutalmente: oggi il dato dice l’opposto di me. Non è l’incumbent a tremare, è il giovane. Sembra la prova provata che ho torto marcio. (È un working paper, e gli autori stessi avvertono che l’AI non spiega tutto da sola, ma fingere che non esista sarebbe disonesto.)

E invece è la prova che conviene guardare meglio, perché quel dato fotografa due cose insieme. La prima la do già per buona: il vecchio junior sta morendo. Il junior-fotocopia, quello che valeva per il lavoro grezzo e ripetitivo (impaginare, riconciliare, fare la review base dei documenti, mettere in bella i numeri di qualcun altro), quel lavoro lì l’AI se lo mangia, ed è giusto così. È un pezzo del ruolo che se ne va, non i giovani che se ne vanno. La seconda (gli esperti che crescono) sembra darmi torto, ma è la fotografia di un vantaggio a tempo. Tra due paragrafi ti spiego perché a tempo.

Il junior che sta nascendo adesso è un’altra cosa. È AI-native, è affamato, è curioso, non ha paura di sbagliare, usa questi strumenti come una seconda lingua. Quello, scommetto, avrà più porte aperte di prima. Sì, è una previsione, e me la prendo per intero: sto scommettendo contro il dato di oggi, perché sono convinto che stia misurando la fine di un ruolo e la coda di un vantaggio, non la fine di una generazione.

Junior o senior è la domanda sbagliata

Qui sta il punto che quasi nessuno mette a fuoco. L’asse vero non è giovani contro anziani. È chi si adatta contro chi si è fermato, merito contro rendita. E sì, lo so che oggi i numeri sembrano dire che a proteggerti è l’anzianità: è proprio quello che scommetto si ribalti, e tra poco vedi su cosa fondo la scommessa.

Perché chi rischia davvero, alla lunga, non è chi deve ancora entrare in azienda. È chi è già dentro, non si è reinventato, non ha embeddato l’AI nei propri processi, ha accumulato negli anni un gap di curiosità e di abitudini che oggi è nascosto dietro l’esperienza e domani sarà nudo.

C’è un precedente che vale la pena ricordare, perché va contro l’istinto. Quando arrivarono i bancomat, negli anni Settanta e Ottanta, tutti diedero per spacciato il cassiere di banca. È andata diversamente: negli Stati Uniti i cassieri passarono da circa 300 mila (1970) a circa 600 mila (2010), mentre venivano installati quasi 400 mila sportelli automatici. Il meccanismo è semplice: gli ATM abbassarono il costo di gestire una filiale, le banche ne aprirono molte di più (più 43 per cento di sportelli urbani tra il 1988 e il 2004), e così i cassieri per filiale calarono (da 21 a 13) ma quelli totali aumentarono. Facevano un lavoro diverso, meno conta-banconote e più relazione.

Onestà intellettuale: non fu solo merito della tecnologia (pesò anche la deregulation bancaria), e la storia è poi cambiata di nuovo. Dal 2010 i cassieri sono calati di circa il 30 per cento, ma a falciarli non sono stati gli ATM: è stato il mobile banking, un’automazione molto più totale che ha tolto il bisogno stesso di entrare in filiale. La lezione, però, regge: automatizzare un compito non cancella in automatico chi lo faceva. Spesso lo libera per fare la parte che conta, se è capace di farla.

È esattamente la scommessa che faccio sui junior. L’AI non toglie loro il posto: toglie loro la parte noiosa, e li mette in condizione di arrivare prima alla parte che vale.

Perché da imprenditore oggi assumerei un junior AI-native

Lo dico da chi le persone le assume e le paga. A parità di tutto il resto, oggi preferisco un junior senza seniority ma con capacità AI esagerate rispetto a un senior con vent’anni di esperienza ma fermo a un’abitudine manageriale vecchia, che l’AI non l’ha mai fatta entrare nella sua giornata.

E la prova più convincente che ho, te la do su di me. A quarantun anni mi sono iscritto all’università, Economia e Commercio, e la triennale l’ho chiusa in meno di due anni. Senza frequentare, incastrandola nei ritagli di tempo tra un’azienda e l’altra. Non perché sia un genio (non lo sono), ma perché avevo l’AI come strumento quotidiano, la voglia di arrivare e la testa per usarla bene. Tre anni compressi in meno di due.

Adesso ribalta la domanda. Se un junior-studente, nei ritagli, può comprimere così una laurea, perché un junior in azienda non dovrebbe comprimere allo stesso modo il salto a mid, a senior, a super-senior? In due anni, non in dieci. È la stessa identica leva: fame, testa, e l’AI embedded nella quotidianità.

I motivi sono brutalmente concreti. Il junior costa meno. Impara più in fretta. Si moltiplica nelle funzioni: pensiero, studio, messa a terra dei progetti, produzione. E un junior potenziato con l’AI diventa senior in una frazione del tempo che serviva prima, con una capacità produttiva, in certi casi, esponenzialmente superiore. Vale in finanza, in HR, nel marketing, nelle vendite, in produzione, nelle forniture, nell’amministrazione. In ogni ramo aziendale, se ci metti dentro persone con l’AI embedded nella quotidianità, il ramo cambia e migliora.

Sono onesto sull’incentivo, perché odio i ragionamenti travestiti: sì, è anche un discorso di costo. Un junior AI-native che rende come un senior costa una frazione. Ma è proprio questo che apre le porte, non che le chiude. È tutto a vantaggio di chi vuole entrare e ha fame, e tutto a sfavore di chi è dentro e si è fermato.

Ecco perché oggi gli esperti vincono (e perché non durerà)

Torniamo al dato che mi dà torto, gli esperti che crescono mentre i giovani calano. Non è un caso, ed è la stessa crepa che vedo nel mio ragionamento, quindi tanto vale guardarla in faccia. Se l’AI fa saltare al junior tutta la trafila noiosa, salta anche la palestra: il giudizio non nasce dai numeri in bella copia, nasce dalle volte che ti sei bruciato. Oggi l’esperto vale di più proprio per questo. Ha un moat, ed è fatto di giudizio: sa quando l’output dell’AI è plausibile ma sbagliato. Il giovane, da solo con uno strumento potentissimo, quel sospetto non ce l’ha ancora. Per questo, nei ruoli dove l’errore è costoso e irreversibile (un term sheet, una valutazione, una mossa fiscale), oggi serve ancora qualcuno con le cicatrici a fare da rete.

Ma quel moat è esattamente la cosa che l’AI sta erodendo più in fretta. Il giudizio che prima si costruiva in dieci anni di errori, un junior affamato e AI-native lo accumula in due o tre, perché può simulare, sbagliare e correggere a una velocità che la generazione prima di lui non si sognava. L’esperto che cresce oggi è protetto da un vantaggio a tempo, non da una rendita eterna. E se smette di imparare convinto che le cicatrici bastino per sempre, è il primo candidato a diventare la rendita di cui parlo. La palestra, insomma, non va chiusa: va ricostruita. E tra qualche anno la rete di sicurezza sarà fatta proprio di chi oggi è junior e sta imparando a giudicare più in fretta di chiunque prima di lui.

Quindi?

La storia che ci stiamo raccontando è sbagliata di soggetto. Non è “l’AI contro i giovani”. È “l’AI contro la rendita”. E la rendita, in azienda, ha quasi sempre i capelli grigi e un bel po’ di anni di anzianità.

Per i ragazzi, paradossalmente, è la più grande occasione da decenni. Stiamo regalando loro la possibilità di accorciare enormemente il tempo per diventare bravi davvero, e di diventarlo a un livello superiore rispetto a chi li ha preceduti. La barriera che separava chi aveva un’idea da chi la sapeva realizzare si sta sgretolando, e non per chi è già seduto: per chi vuole entrare.

Io ero il candidato perfetto a diventare l’incumbent grigio di cui ho parlato per tutto l’articolo: quarantatré anni, un po’ di aziende alle spalle e la comodità di potermi sentire arrivato. Ho scelto il contrario: tornare a fare il junior, lo studente, quello che deve ancora imparare tutto, come ho raccontato sopra. La differenza non la fa l’età. La fa chi ha ancora voglia di imparare. L’AI non premia i giovani e non punisce i vecchi: premia chi si rimbocca le maniche e punisce chi ha smesso di farlo. È sempre stato così. Solo che adesso non si può più nascondere.

Nicola Giunchi

Nicola Giunchi

Serial entrepreneur, investor, writer. Founded 7+ companies in 20 years.

Frequently Asked Questions

L'AI farà sparire i posti di lavoro per i junior?

La mia tesi è il contrario di quella dominante: l'AI non colpisce i junior in quanto giovani, colpisce chi non produce valore. È vero che i dati 2024-25 mostrano un calo delle assunzioni entry-level (tra il 25 e il 35 per cento nei settori più esposti) e che uno studio di Stanford del novembre 2025 trova i giovani 22-25 in calo del 13-16 per cento mentre gli esperti crescono. Ma quel dato fotografa la morte del vecchio ruolo junior, fatto di lavoro ripetitivo, e un vantaggio degli esperti che è temporaneo. Il junior AI-native, affamato e capace di moltiplicarsi con questi strumenti, scommetto che avrà più porte aperte di prima, non meno.

Chi rischia davvero il posto con l'AI?

Alla lunga, chi è già dentro le aziende e ci è arrivato senza merito: per network, abilità comunicativa, padronanza del linguaggio, politica interna di lungo periodo. Tutte caratteristiche che per decenni hanno permesso di campare di rendita di posizione. Attenzione però: oggi i dati dicono il contrario, perché i lavoratori esperti restano protetti da un premio di giudizio che l'AI non ha ancora eroso. È un vantaggio a tempo. L'AI è un rivelatore di merito spietato, e man mano che il giovane AI-native colma il divario di giudizio, chi si è fermato resta nudo.

Meglio assumere un junior AI-native o un senior con esperienza?

Dipende dal ruolo, ma da imprenditore oggi, a parità di tutto, preferisco un junior senza seniority ma con capacità AI esagerate rispetto a un senior fermo a un'abitudine manageriale vecchia. Costa meno, impara più in fretta e si moltiplica nelle funzioni. Un junior potenziato con l'AI diventa senior in molto meno tempo. L'eccezione sono i ruoli dove l'errore è costoso e irreversibile: lì serve ancora il giudizio costruito sulle cicatrici.

L'AI è un complemento o un sostituto del lavoro umano?

È la domanda che decide tutto. Dove l'AI sostituisce il lavoro (i compiti ripetitivi e standardizzati) i posti si comprimono. Dove lo complementa (rende ogni persona più produttiva) i posti crescono. La differenza non passa tra giovani e anziani, ma tra chi ha embeddato l'AI nei propri processi quotidiani e chi no. Chi la usa in modo nativo viene amplificato; chi la ignora viene sostituito.

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