Nel giugno 2025 ho provato a dare dieci esami in dieci giorni, e li ho passati tutti e dieci. Il risultato però è la parte meno interessante della storia: quella che vale la pena raccontare è come ci sono arrivato, e quanto è costato.
Erano praticamente tutti gli esami del secondo semestre del primo anno e quasi tutto il secondo anno: macroeconomia, microeconomia, statistica, analisi aziendale, contabilità, finanza aziendale, diritto privato, diritto pubblico, diritto commerciale, diritto del lavoro. Scritti e orali, materie di numeri e materie di parole, tutte insieme. Intanto le aziende andavano avanti come sempre, e a casa c’erano tre bambini piccoli, che in termini di tempo sono la cosa più onerosa di tutte.
Perché provarci?
All’inizio non volevo darli tutti, volevo provarli. Volevo capire come avrei tenuto sotto esame, con che ritmo, e cosa succede alla testa al quinto scritto in una settimana. Poi, siccome li stavo provando, li ho anche preparati sul serio, perché provare una cosa senza prepararla non mi riesce.
Con il senno di poi è stato anche il collaudo del piano all’indietro di cui ho scritto: se dieci esami in una sessione erano possibili, tre anni in due lo erano di sicuro.
Come si preparano dieci esami in tre mesi?
Con un programma scritto, molto dettagliato, in cui ogni materia aveva i suoi blocchi fissi nella giornata. Una mattina due ore su una cosa, una sera un’ora su un’altra, e così per tre mesi. Blocchi non lunghi ma certi, sempre alla stessa ora, così la testa sapeva già cosa avrebbe fatto senza doverlo decidere ogni volta.
All’AI avevo chiesto di condensarmi gli argomenti capitolo per capitolo, partendo dai materiali del corso. Poi le avevo chiesto di spiegarmeli solo con esempi presi dal mondo che conoscevo: un’azienda, un contratto, un magazzino, una trattativa. A 41 anni la memoria astratta è quella che è, ma quella delle cose vissute è enorme, e un concetto agganciato a una faccia si sedimenta al primo colpo. Quello che doveva restare in testa è passato dalla penna: i grafici di micro e macro, le parole chiave dei quattro diritti, le formule. L’ho raccontato nel pezzo sul tutor che interroga.
Il tempo, come per tutta la triennale, veniva dai buchi. Ho viaggiato tantissimo, tra il 2024 e il 2025: Vietnam, Cambogia due volte, New York due volte, Francoforte, Pechino. In aereo studiavo con il computer e l’AI, in macchina ripassavo a voce, come con un compagno di corso che non si stanca mai.
Quanto è costato?
Tanto, e non solo a me. Nelle settimane prima anche a casa non ero il massimo della simpatia, perché facevo oggettivamente fatica e la fatica si vede. E tre bambini piccoli non aspettano che tu finisca il capitolo di statistica. Lo scrivo perché senza questa parte sembrerebbe una passeggiata.
Eppure c’era una cosa strana, che ho capito solo dopo: ogni esame, per me, era una gioia. Non vedevo l’ora che arrivasse, come una gara o il torneo successivo in un videogioco. Era il momento in cui potevo misurarmi, vedere il mio livello, capire se bastava o dove dovevo migliorare. Credo sia stato questo, più del piano e più dell’AI, a tenermi in piedi in quei dieci giorni. L’esame per me non era un ostacolo da superare, era il motivo per cui stavo studiando.
I professori, poi, sono stati sempre molto carini, anche con uno di 41 anni che si presentava a dieci appelli in dieci giorni.
Lo rifarei?
Una volta sì, e infatti l’ho fatta una volta. Come abitudine no: il piano all’indietro serve proprio a non dover mai fare dieci esami in dieci giorni. Ma quella sessione mi ha dato una cosa che nessun piano dà, e cioè sapere cosa reggo.
Nel lavoro il risultato dipende da mille cose e da mille persone. Lì dipendeva solo da me, e il conto l’ho pagato volentieri. Se hai una sessione davanti e ti sembra troppo piena, il numero di esami conta meno di quanto pensi. Conta sapere dove sta il tuo limite, e trovarlo, almeno una volta, vale tutta la fatica.
Fonti: nessun dato esterno. Date, materie e ritmo sono i miei, e non sono un consiglio.
