Il giorno in cui ho messo tutti gli esami su un foglio è il giorno in cui ho smesso di studiare a caso. Fino a quel momento facevo come tutti: il prossimo esame, poi il prossimo. A 41 anni, con un’azienda da mandare avanti, non funziona, perché il tempo non lo decidi tu e le settimane storte arrivano senza preavviso.
Così ho fatto quello che faccio con un piano industriale: sono partito dalla fine. Ho dato tutti gli esami dei tre anni in due, senza crediti riconosciuti per esperienza e senza carriere abbreviate, e la parte che ha fatto la differenza non è stata studiare di più. È stata decidere prima cosa studiare e quando.
Quante ore servono davvero per un esame?
Il punto di partenza è una convenzione di legge: un credito formativo corrisponde a 25 ore di impegno complessivo dello studente, lezioni comprese (DM 270/2004, art. 5). Una triennale da 180 crediti vale quindi 4.500 ore teoriche. Ma le ore non si spendono a mesi: all’università il tempo si conta a sessioni d’esame. Nel mio corso erano due l’anno, invernale a dicembre-gennaio ed estiva a giugno-luglio, più le prove parziali di alcuni esami a fine ottobre e a fine marzo: quattro finestre l’anno, e le ho usate tutte. Il ritmo standard sono quindi 180 crediti in sei sessioni, 30 per sessione. Per chiudere in due anni ne servono 45, il 50% in più. Non si corre di più: non si lascia vuota nemmeno una finestra, parziali compresi.
Le 25 ore però sono una convenzione, non le tue ore. Io per ogni esame partivo da lì e correggevo con due coefficienti: quanto era difficile la materia e quanto la conoscevo già. Su finanza aziendale e controllo di gestione avevo vent’anni di impresa alle spalle, e lo dichiaro perché senza quel vantaggio i miei tempi non sono replicabili. Sulla matematica, dopo vent’anni senza toccarla, il coefficiente andava nella direzione opposta.
La regola più utile è la ricalibrazione dopo i primi due esami: confrontare le ore stimate con quelle reali e rifare il piano. Nessun primo piano è giusto, e la differenza la fa avere i dati per correggerlo.
Come si pianifica all’indietro?
Sette passi, in quest’ordine.
- Fissa la data obiettivo di laurea. Non “il prima possibile”: una data.
- Elenca tutti gli esami con i crediti, la difficoltà percepita e la familiarità con la materia.
- Stima le ore per esame partendo dalle 25 per credito e correggendo con i due coefficienti.
- Mappa le sessioni d’appello disponibili, che sono la vera risorsa scarsa: il tempo si può trovare, gli appelli no.
- Assegna ogni esame a un appello partendo dall’ultimo e andando a ritroso, bilanciando esami pesanti e leggeri nella stessa sessione.
- Dopo i primi due esami ricalibra il coefficiente personale e rifai il piano.
- Monitora il ritmo in crediti per sessione: è l’unico numero che ti dice se sei in linea prima che sia tardi.
Poi le regole pratiche. Un esame cuscinetto in ogni sessione, facile o affine, perché una sessione chiusa a zero è la cosa che ammazza il piano. Mai due esami pieni di calcoli nella stessa settimana: la testa è una sola. Blocchi di studio brevi e frequenti, perché per chi lavora la domenica intera non esiste, e comunque un’ora al giorno rende di più: la ripetizione dilazionata è fra le poche tecniche di studio ad alta utilità nella rassegna di Dunlosky e colleghi del 2013. E soprattutto: verificare le propedeuticità e le regole del proprio corso prima di pianificare, non dopo. Scoprirle a piano fatto costa una sessione.
Perché non ho frequentato?
Perché il tempo era la risorsa scarsa, e in aula il tempo non è tuo. Ho provato una lezione per ogni materia: una lezione è pensata per centinaia di persone, va alla velocità della classe, e per come studio io un’ora in aula valeva dieci minuti a casa con il materiale giusto, le procedure giuste e l’AI che mi interroga. Non è una critica ai professori, è aritmetica del mio calendario.
Con un’eccezione. Ci sono professori che hanno il dono di spiegarti una materia e di fartela piacere, e in un’ora ti danno un contesto che nessuna dispensa e nessuna AI ti dà. A quelle lezioni sono andato apposta, poche e scelte, e ne è valsa la pena ogni volta.
Cosa succede quando il piano salta?
Salta, è certo. Una settimana di lavoro che esplode, un esame andato male, una materia che si rivela il doppio più lunga del previsto. Il piano all’indietro non serve a evitare gli imprevisti: serve a sapere subito quanto costano. Se salta un esame, il foglio ti dice in quale sessione lo riassegni e quale altro esame si sposta per fargli spazio. Senza il foglio lo scopri a giugno, guardando i crediti che mancano.
Il caso limite l’ho fatto nel giugno 2025, dieci esami in dieci giorni, e lo racconto a parte: non è un esempio da seguire, è la prova che il piano regge anche quando lo si carica oltre il ragionevole.
Il mio primo errore, però, non è stato di tempo. È stato di presunzione. L’esame di marketing l’ho sottovalutato perché di marketing, in vent’anni di aziende, ne avevo fatto tantissimo e pagato ancora di più, e mi sentivo già un re. Sono andato senza studiare e sono passato con 18, che per uno che vive di marketing è un voto che l’orgoglio non tollera. L’ho rifatto, e la seconda volta ho preso 30. La lezione vera è arrivata studiandolo davvero: dentro una teoria che credevo lontana dalla pratica c’erano basi che mi avrebbero risparmiato errori, anche banali, pagati cari sul campo. Da quel giorno, quando stimo quanto conosco una materia, mi tolgo un gradino: il coefficiente di familiarità è il più facile da sbagliare, proprio dove ti senti più forte.
Funziona per tutti?
No, e preferisco dirlo io prima che lo scopra chi legge. Il mio ritmo è un caso, non una media, e dipendeva da tre cose: vent’anni di esperienza su buona parte delle materie, un lavoro che mi lascia decidere gli orari, e un ateneo che permetteva di anticipare gli esami. Senza una di queste tre condizioni: coefficiente più alto e data più lontana, e nessun dramma.
Quello che invece si può copiare è il metodo: partire dalla fine, stimare le ore, ricalibrare con i dati veri, proteggere ogni sessione con un esame cuscinetto. Vale per una laurea e vale per qualsiasi progetto con una scadenza e risorse scarse, che è la definizione di quasi tutto quello che faccio da vent’anni.
Ho costruito aziende senza mai aver studiato pianificazione, e le ho pianificate male più di una volta. A 41 anni, con un foglio di calcolo e una data di laurea, ho capito che il metodo era lo stesso che avrei dovuto usare a 25 con i piani industriali. Meglio tardi. E se stai leggendo con un esame arretrato da due sessioni, il momento buono per mettere tutto su un foglio è oggi pomeriggio. Il loop di studio e i prompt con cui poi preparo ogni esame li ho messi in dodici pagine, il Quaderno 3in2, che mando gratis a chi lo chiede: il piano decide quando, quelle pagine dicono come.
Fonti: Decreto Ministeriale 22 ottobre 2004, n. 270, art. 5 “Crediti formativi universitari”, Gazzetta Ufficiale n. 266 del 12 novembre 2004; Dunlosky, Rawson, Marsh, Nathan, Willingham, “Improving Students’ Learning With Effective Learning Techniques”, Psychological Science in the Public Interest, 2013. Le regole del proprio corso di studi valgono più di qualsiasi piano: verificale sul regolamento, non su questo articolo.
