Una promessa fatta a 19 anni, saldata a 41 con l’ultimo posto disponibile e uno stack AI usato per capire, mai per copiare. E un’opinione scomoda su metà di quello che ho studiato.
A 19 anni l’università la desideravo, e non la feci: non ne avevo la voglia, non ne avevo la possibilità. Mi feci una promessa: “La farai appena ne avrai la possibilità.”
Ci ho messo ventidue anni a saldarla.
Per il mio compleanno del 2024 mi sono regalato un test d’ingresso: Economia e Management a Forlì, il 29 agosto, il giorno esatto in cui compivo gli anni. Non ho studiato per prepararlo: sono andato con quello che sapevo dopo 25 anni di impresa. Sono arrivato tredicesimo su qualche centinaio di candidati, e i posti rimasti nell’ultima finestra utile erano proprio tredici. Dentro, con l’ultimo posto disponibile.
Ai segnali del destino non credo quasi mai. Quella volta ho fatto un’eccezione.
Quasi due anni dopo, il 22 luglio 2026, mi laureo: un anno e dieci mesi, da non frequentante, media vicina al 26 e un finale che coi punti bonus mi porterà sopra quota 100. E un’opinione scomoda che mi porto via insieme alla pergamena: metà abbondante di quello che ho studiato era inutile. Eppure la rifarei domani mattina.
Perché iscriversi all’università a 41 anni?
Non per il pezzo di carta. A 41 anni, con le aziende avviate, una laurea non mi apriva nessuna porta che non fosse già aperta.
Il primo motivo era quella promessa, rimasta lì per vent’anni a ricordarmi che il conto era aperto. Il secondo l’ho capito strada facendo: 25 anni di pratica poggiavano su fondamenta mai formalizzate. Facevo cash flow, valutazioni e bilanci da una vita, ma la teoria sotto quelle mani l’avevo raccolta a pezzi, dove capitava.
E poi c’era la parte meno confessabile: la sfida con me stesso. Nessuno mi obbligava, nessuna pressione, nessun voto da giustificare a casa. Volevo vedere se ce la facevo. È un lusso che a 20 anni non hai: studiare per pura fame, senza paura.
Si può fare una triennale in meno di due anni mentre si lavora?
Sì. Ma il conto si paga in disciplina e in ritagli di tempo, e nessuno te lo sconta.
Nel periodo dell’università stavo lanciando MenthorQ (una startup americana di dati quantitativi che sta andando molto bene), avevo appena avviato la mia società di consulenza, facevo le prime consulenze per Roland Berger e avevo un’attività di import di e-bike dalla Cambogia con dei soci. Ero spesso in viaggio: Cina, Cambogia due volte, New York, Francoforte. In mezzo, la preparazione della mia prima maratona (New York, con l’obiettivo di stare sotto le 4 ore). L’università si è aggiunta a tutto questo come un “nice to have” di cui avevo sottovalutato completamente la complessità.
Per giunta sono partito in ritardo: i risultati del test sono arrivati verso il 20 settembre, a lezioni già iniziate, e tra gli impegni mi sono presentato in aula i primi di ottobre, quando si parlava di esami parziali di novembre che non sapevo nemmeno cosa fossero. La matematica (quella accademica, non quella dei bilanci) non la toccavo dalle prime superiori: avevo in mano addizioni, sottrazioni e proporzioni, poco altro. Ero molto indietro rispetto alla media dell’aula, e l’aula aveva la metà dei miei anni.
Al buio, ma eccitato. Ho ripreso in mano lo studio partendo proprio dalla matematica, uno dei primi esami, nei ritagli di tempo, andando in aula solo per le materie più ostiche.
Come si usa l’AI per studiare senza barare?
Usandola per capire, mai per rispondere al posto tuo. È tutta qui la differenza, ed è enorme.
Mi sono costruito uno stack e una routine: all’inizio GPT, poi tantissimo NotebookLM, alla fine quasi solo Claude Code. Il salto di qualità non è “l’AI che fa i riassunti”: è farsi spiegare ogni materia con i tuoi vocaboli, i tuoi esempi, le tue esperienze. Ogni concetto agganciato alle mie aziende e a situazioni che ho vissuto davvero, invece che agli esempi inventati del manuale. Ogni materia personalizzata sul mio cervello, per impararla nel minor tempo e nel modo più profondo.
Mai copiato un esame, mai usato l’AI per barare. Agli esami c’ero io, da solo, come tutti. Quello che l’AI mi ha dato è tempo: gli stessi concetti capiti in una frazione delle ore che avrei impiegato da solo. Un superpotere di apprendimento, non una scorciatoia.
E lo dico chiaro, perché il tema è divisivo: chi usa l’AI per barare all’università sta fregando solo se stesso. Il mercato lo smaschera al primo problema vero, e senza appello.
Che effetto fa un esame a 41 anni?
Diverso da come lo ricordavo, e migliore. A 20 anni un esame è una minaccia; a 41, se nessuno ti obbliga, diventa una verifica che vai a cercarti.
Ero in challenge con me stesso: non vedevo l’ora di finire una materia per affrontare l’esame, verificare le competenze e dimostrare a me stesso quanto valevo. Studiavo con passione e senza pressione, e questa combinazione, che da ragazzo non avevo mai avuto, cambia tutto il rapporto con lo studio.
Non è andata liscia dappertutto, e va detto. Le fatiche vere sono state le materie mnemoniche: i diritti, storia economica. Lì l’esperienza non ti salva e l’AI nemmeno. Si memorizza e basta, vecchia maniera, a qualsiasi età.
L’università serve ancora? La mia risposta scomoda
Serve, ma con una premessa che non piacerà a tutti: metà abbondante di quello che insegna, per un imprenditore, è zavorra. Materie obsolete, contenuti mai agganciati alla pratica, liturgie accademiche. È la mia opinione, non un dato: la firmo.
L’altra metà, però, vale da sola il prezzo del biglietto. È la teoria che mancava sotto la mia pratica: adesso so perché certe cose che facevo a istinto funzionavano, e perché certe altre non potevano funzionare. Mi sento più competente di prima, e non me lo aspettavo.
Il punto è che a 20 anni questa cernita non la sai fare: prendi tutto con lo stesso peso, l’utile e la liturgia. A 41, con l’esperienza addosso, distingui in un istante cosa è oro e cosa è riempitivo. Per questo dico una cosa che suona al contrario di tutto: l’università dopo i 40 rende di più. Studi con passione e senza pressione, agganci ogni concetto a qualcosa che hai vissuto, e scarti il superfluo senza sensi di colpa.
Il numero che conta davvero
I numeri onesti, per chi li vuole: media vicina al 26 (che da sola varrebbe circa 95 su 110), tre 30 e lode, diversi 30, e un finale che supererà quota 100 grazie ai bonus per tesi, lodi e laurea in anticipo. Nessuna magia: solo pezzi guadagnati uno a uno.
Ma il numero che conta per me è un altro. Sono entrato in aula convinto di dover inseguire ragazzi con la metà dei miei anni, e ho scoperto il contrario: invecchiando non si peggiora, si migliora, a patto di continuare ad allenarsi. Per uno che si avvicina ai 45, è un messaggio di autostima che vale più della pergamena.
E la promessa del ragazzo di 19 anni? Saldata, con gli interessi.
C’è una cosa più grande che mi porto via: l’apprendimento personalizzato dall’AI cambia radicalmente chi può permettersi di imparare, a qualsiasi età e da qualsiasi punto di partenza. L’ho testato su me stesso, funziona. Se anche voi avete una promessa in sospeso chiusa in un cassetto con sopra scritto “ormai è troppo tardi”, il mio consiglio spassionato è di riaprirlo: probabilmente è il momento migliore degli ultimi vent’anni per tirarla fuori.