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Sono diventato il collo di bottiglia della mia AI

· Nicola Giunchi
Illustrazione concettuale: un flusso di schegge geometriche che si strozza passando per il collo di una bottiglia stilizzata, metafora del limite cognitivo umano davanti alla velocità dell'AI.

Tutti raccontano di quanto l’AI li abbia resi produttivi. A me ha fatto scoprire una cosa più scomoda: il collo di bottiglia, adesso, sono io.


Per venticinque anni il collo di bottiglia della mia produttività ha avuto una caratteristica costante: non ero io. Mancavano le risorse, mancavano le persone (soprattutto le persone), c’erano i tempi tecnici di sviluppo, i fornitori, le reti commerciali da costruire. La frustrazione era continua, ma aveva un indirizzo preciso, e quell’indirizzo era sempre fuori dalla mia porta.

Poi è arrivata l’AI, e con lei una scoperta che non mi aspettavo: oggi il 90% delle cose posso farle da solo. Niente più attese, niente più dipendenze. E per la prima volta in venticinque anni il freno sono io: il mio cervello, le mie capacità cognitive, il mio multitasking.

Vi assicuro che è una frustrazione di qualità completamente diversa. Il collo di bottiglia, quando sei tu, non lo puoi licenziare.

Cosa succede quando l’AI è più veloce di chi la comanda?

Succede che il limite si sposta dalla produzione alla supervisione. Ve lo racconto con una giornata vera.

Qualche giorno fa lavoravo a cinque progetti in contemporanea, cinque terminali aperti: una routine AI per allenare il mio inglese, il mio twin digitale (un alter ego imprenditoriale che sto addestrando in ottica quinquennale), il mio sito personale, un workflow di content creation e una roadmap decisionale da dare in pasto al twin. Cinque fronti, e su ciascuno l’AI produceva più in fretta di quanto io riuscissi a pensare.

Il risultato: dalle 9 alle 16 di concentrazione alta su cinque fronti, poi il cervello cotto. Una fatica che in venticinque anni di lavoro non avevo mai provato, perché non era la fatica di fare: era la fatica di stare dietro a quello che avevo messo in moto io stesso.

Il paradosso della produttività con l’AI

Più capacità produttiva l’AI ti libera, più idee ti vengono, e più il tuo limite cognitivo diventa evidente.

Quando i progetti dipendevano da capitale e persone, le idee nuove le filtravo a monte: tanto non c’era modo di farle. Adesso me ne vengono in mente dieci, quindici, tutte utili per la mia vita privata e professionale. E non posso permettermele: non per i soldi, non per le persone, ma perché non riesco a gestirle cerebralmente. È la prima volta nella mia vita imprenditoriale che il vincolo non è il capitale e non sono gli altri.

E qui devo dire una cosa che stona con il grande racconto del momento. Vi raccontano tutti che l’AI li ha resi dieci volte più produttivi. A me ha fatto scoprire il mio limite. Un’AI ben orchestrata, supervisionata in modo proattivo, potrebbe in teoria gestire decine o centinaia di progetti in parallelo: il limite diventa la spesa in token e la capacità di supervisione di chi la guida. Cioè io. E cinque progetti, una nullità rispetto a quello che lo strumento reggerebbe, mi hanno cotto il cervello alle quattro del pomeriggio.

Il collo di bottiglia umano è un problema o una garanzia?

C’è una scuola di pensiero seria che dice: è giusto così. Il giudizio umano deve restare il collo di bottiglia, perché è la calibrazione, l’esperienza, il senior che intercetta l’errore prima che diventi un danno. Questa argomentazione l’ho scritta anch’io, appena una settimana fa, parlando di junior e senior: il giudizio è il moat. E su un punto resta vera: la produzione si delega, il giudizio no.

Ma come risposta al problema non mi basta, e lo dico apertamente: accettare il proprio cervello come tetto definitivo della produttività somiglia troppo a una resa elegante. “Va bene così” è quello che si dice quando non si ha voglia di affrontare il problema. Io voglio risolverlo.

Si può smettere di essere il collo di bottiglia della propria AI?

Non ho ancora la risposta completa, e diffido di chi ve la vende. Ho tre direzioni su cui sto lavorando.

La prima: separare produzione e giudizio. La produzione si parallelizza, ed è il lavoro dell’AI; il giudizio si serializza, ed è il mio, un fronte alla volta. Trattarli allo stesso modo è l’errore di quella giornata.

La seconda: abbattere il costo dei passaggi di contesto. Ogni switch tra progetti riparte da zero se non trova uno stato scritto, un brief, una memoria esterna pronta. Il cervello non deve tenere in RAM cinque progetti: deve trovarli già apparecchiati quando ci torna sopra.

La terza: un layer di orchestrazione, un livello che tenga insieme i fronti aperti e mi porti solo le decisioni, non il rumore. È il progetto a cui sto lavorando adesso, e onestamente non so ancora dove arriva.

Quello che so è che questa sta diventando la competenza imprenditoriale del decennio: usare l’AI lo faranno tutti; orchestrarla oltre il proprio limite cognitivo, senza perdere il controllo della qualità, quasi nessuno.

Per venticinque anni ho dato la colpa dei rallentamenti agli altri, quasi sempre con ragione. Adesso che il freno sono io ho perso l’alibi, ed è la cosa migliore che potesse capitarmi: per la prima volta il collo di bottiglia della mia produttività è qualcosa su cui posso lavorare direttamente, ogni giorno. Non so fin dove si può spingere. So che è il problema più interessante che ho sul tavolo. E sospetto di non essere l’unico: se anche voi vi siete scoperti il freno della vostra AI, mi interessa capire come ne state uscendo.

Nicola Giunchi

Nicola Giunchi

Imprenditore seriale, investitore, scrittore. Ha fondato 7+ aziende in 20 anni.

Domande frequenti

Perché l'AI non elimina i colli di bottiglia in azienda?

Perché li sposta: dalla produzione alla supervisione. L'AI moltiplica quello che si può produrre, ma la capacità di dirigere, verificare e decidere resta umana — e diventa il nuovo punto di saturazione.

Quanti progetti si possono gestire in parallelo con l'AI?

Sul lato produzione, moltissimi. Sul lato giudizio, pochi: nel mio caso cinque fronti contemporanei hanno saturato la mia capacità cognitiva in una giornata. Lo strumento reggerebbe molto di più: a saturarsi è la banda mentale di chi lo supervisiona.

L'AI aumenta davvero la produttività individuale?

Sì, ma non nel modo che raccontano. Moltiplica la produzione quasi subito; il ritorno vero dipende dalla capacità di orchestrare e giudicare quello che produce. Senza quella, si produce di più e si decide peggio.

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